Giulio Romano, l’esuberanza travolgente di un genio

Il 1524 segna l’inizio di una nuova era per l’arte e la cultura mantovane.

La venuta a Mantova di Giulio Romano rappresenta il segno tangibile ed inequivocabile di un grandioso mutamento in atto.

L’amore per l’arte classica motore della cultura virgiliana e vessillo di propaganda per i duchi, viene trasmesso dalla madre Isabella D’Este al figlio Federico Gonzaga. Fu proprio lui, non a caso, a convocare il discepolo prediletto di Raffaello, “il principe della scuola”, l’unico che alla morte del maestro avvenuta nel 1520, avrà l’ardire e la capacità di portare a termine i lavori lasciati incompiuti a Villa Madama.

L’arrivo del Pippi segna una delle stagioni più feconde e magiche della pittura e della cultura locale.

All’ombra di un signore illuminato e culturalmente versato, al tempo stesso amante della vita e dei piaceri, Giulio ha modo di dare il meglio della propria arte nella progettazione architettonica e pittorica della Villa del Te. Palazzo Te, nome curioso di origine incerta per un edificio ancor più singolare e fuori dalle regole.

Un spazio eccentrico ideato per soddisfare i desideri del duca e della corte, un luogo deputato agli ozi letterari e agli amori.

Vasari, così vicino al sentire estetico giuliesco non esita a definire la reggia suburbana come “ con bellissime proporzioni e stravagante maniera di adornamenti di volte , spargimenti, con ricetti, sale, camere et anticamere divinissime. Le quali abitazioni non di Mantova, ma di Roma paiono…”.

La struttura modulare dell’edificio del Te basata su una pianta quadrata con al centro un grande cortile seguito da ampio giardino chiuso da una monumentale esedra, viene continuamente variata, spezzata, disarticolata dall’inserimento e dalla ripetzione di ingressi, archi, nicchie ed espedienti architettonici differenti che creano una superficie estremamente ricca e composita, mai scontata.

Un gioco astuto, sottile ed estremamente perito che non concede nulla al caso o all’improvvisazione, un “ludus” espresso mediante l’estro trasgressivo e manipolatorio dell’artista.
La ricchezza magniloquente degli esterni trova corrispondenza negli interni in cui la capacita di Giulio raggiunge livelli impensati e impensabili prima di lui.

Pittura ed architettura si uniscono, si mescolano, si confondono, giungendo a creare un” novella“ realtà.
Ogni ambiente è pensato per meravigliare e colpire il visitatore: una lunga teoria di stanze, ambienti, unici e peculiari si susseguono senza intervallo lungo la visita.

Protagonista assoluto è il mito classico che talvolta si veste di gioia e sensualità (Sala di Pische), talaltra si fa aulico e solenne (Sala dei Giganti). Un mito rivissuto, rivisitato, filtrato attraverso il gusto raffinato ed esoterico dei Gonzaga e la sensualità dell’arte giuliesca.

Disegnatore eccezionale, colorista ancor più grande, riesce a infondere vita ai personaggi da lui toccati.

Straordinariamente evocativo e magniloquente è il Camarone di Psiche, commissionato da Federico Gonzaga nel 1527 come spazio deputato a cerimonie e feste. I cartoni furono realizzati dalla mano del maestro mentre la realizzazione fu affidata prevalentemente a collaboratori.

La vicenda tratta dall’Asino D’oro di Apuleio, narra di un amore travagliato e appagato solo dopo una lunga e faticosa attesa. Quale tema più adatto ad un palazzo pensato come luogo di otium e di piaceri amorosi?.

Al di là della vicenda narrata, quello che colpisce lo spettatore, sono le risse, i grovigli di corpi nudi, il sensuale mondo delle ninfe e dei satiri alloggiati in una scenografia grandiosa.

La possanza narrativa giuliesca si incarna nelle volumetrie forti, decise, talvolta persino esasperate degli arditi scorci e dei contrasti chiaroscurali.

Nella esperienza di Giulio ritornano le esperienze di Raffaello, degli emiliani, dilatati, rivissuti liberamente dall’artista.
Il coinvolgimento dei sensi lascia il posto, nella Sala dei Giganti, al rapimento, all’ottenebramento totale di questi.

L’ultimo Michelangelo rivive qui in chiave grottesca attraverso le figure dei Giganti, nella violenza e nella spietatezza dei loro sguardi e gesti.

Il tema religioso lascia qui il posto all’encomio del potere arricchito da un intento moralisticheggiante. I Giganti, hanno sfidato il sommo potere e per questo sono stati puniti. Hanno osato, hanno avuto un ardire che non era stato loro concesso. E’ questo il destino di sconfitta e morte che attende chi non è timorato del signore (e per traslazione dell’imperatore Carlo V , amico ed ospite del duca mantovano). Architettura e pittura, fuse insieme e piegate secondo l’estro capriccioso del Pippi, proiettano l’osservatore in un’altra dimensione dominata da un senso di terribile e tremenda caducità. Si materializza una sensazione di disagio fisico che stupiva, meravigliava ieri e non manca di farlo oggi.

Un viaggio straordinario metafisico e sensuale, unico nel suo genere.

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