Il desiderio di erigere un “monumentum aere perennius” (Orazio, Carm.., III, 30) accompagna il cammino dell’uomo sin dalla più remota antichità. Il “restauro” nasce primariamente come una necessità quotidiana di “riacconciare” gli oggetti di uso quotidiano ,in primis, la ceramica, protagonista delle più comuni attività svolte dall’uomo.
Si trattò in origine di sistemare i pezzi accidentalmente rotti e di renderli nuovamente idonei all’uso per cui erano stati creati.
I sistemi adottati dai “protorestauratori”, probabilmente da identificarsi con gli stessi antichi maestri ceramisti, o forse con i detentori stessi degli oggetti che non potevano permettersi l’acquisto di nuovi contenitori, prevedevano l’uso di bendature, grappe metalliche, puntature di vario tipo che avevano lo scopo di restituire all’oggetto danneggiato una nuova vita.
Se è vero che il restauro nasce come una esigenza “economica” di ripristino, è anche vero che ben presto, la prassi del “riacconciare” venne applicata non soltanto su oggetti di uso quotidiano ma anche su ceramiche di notevole pregio artistico, firmate dalla bottega di produzione e destinate al collezionismo privato. Collezionismo che nasce in età arcaica, che è presente già nell’antico Egitto e che si sviluppa nel tempo. Basti pensare alle ricche collezioni di sculture greche di cui, come ci tramandano le fonti, amavano circondarsi i patrizi romani, ancora, facendo un lungo salto nel tempo, si vede come tutto il collezionismo abbia dominato il Rinascimento come vero e proprio fenomeno di costume.
E’ noto che Isabella D’Este nutrisse un’insaziabile desiderio di cose antiche e che, al fine di possederne il più gran numero possibile inviasse dei fidati emissari a Roma ed in altri corti italiane e d europee alla scopo di acquistare gioielli, sculture, preziosi.
Non mancano infatti testimonianze di contatti con Venezia, Roma, Pesaro e persino con la Grecia.
E proprio alla famiglia Gonzaga si lega la storia della produzione della ceramica graffita mantovana che abbraccia un arco di tempo che va dal XIV al XVII secolo. Esistono infatti documenti che attestano le spese dei signori di Mantova per procurarsi questi manufatti fin dalla metà del Trecento.
Una lunga e gloriosa tradizione di ceramisti pressoché sconosciuta al grande pubblico.
Gli esemplari giunti sino a noi, provengono da cantieri archeologici, da collezioni pubbliche e private, da strutture architettoniche (basti pensare alle piastrelle da rivestimento in terracotta invetriata..), da ambienti fluviali (via di comunicazione di commercio principe in area padana).
Nella maggior parte dei casi il materiale da restaurare non viene recuperato direttamente dal restauratore al quale ci si rivolge spesso sul finire delle campagne di scavo. I frammenti provenienti da cantiere archeologico vengono separati dai materiali non pertinenti e conservati a contatto con il terreno di giacitura in sacchetti di plastica sigillati così da garantire il mantenimento di livelli di umidità relativa pressoché costanti, evitando così il rischio che repentine variazioni delle condizioni termoigrometriche possano danneggiare ulteriormente i reperti.
Ben diversa è lo stato di conservazione goduto dai reperti provenienti dalle collezioni e dal mercato antiquariale che generalmente necessitano di interventi di integrativi volti a soddisfare le esigenze del committente affatto necessari per la buona conservazione del manufatto.
Nel primo caso dunque, il restauratore si trova a compiere un intervento complesso e delicato il cui scopo consiste nel ripristino della coesione materica del pezzo (consolidamento), eliminazione delle macchie, delle incrostazioni superficiali (pulitura), eventuale assemblaggio dei frammenti coerenti, integrazione formale . Nel secondo caso invece, una volta verificate il buono stato di conservazione del reperto, può accadere di dover procedere direttamente all’integrazione formale e al successivo ripristino cromatico che deve necessariamente essere sottotono ed immediatamente riconoscibile così da favorire la piena godibilità estetica del pezzo in questione. Più raramente e spesso di fronte a ceramiche di particolare pregio, ci si trova di fronte a vecchi restauri, a riparazioni maldestre o addirittura a rifacimenti, integrazioni formali o cromatiche mal eseguite. In ogni caso, qualora il vecchio restauro falsi o impedisca in qualche modo la leggibilità dell’opera si precede per prima cosa alla documentazione e successiva rimozione dei precedenti interventi.
Un discorso a parte riguarda il ripristino cromatico, ultima e delicata fase di un restauro integrativo.
Anche in questo caso è necessario ricordare che la provenienza del materiale ceramico influisce sulla scelta di completamento decorativo. Per le ceramiche destinate all’esposizione museale si sceglie di operare un’integrazione formale solo di alcune tipologie, le più significative, allo scopo di documentare quale fosse, ad esempio, la produzione artigianale di un sito in una certa fase della sua storia. Alquanto diverso è il restauro cosiddetto “antiquariale”, richiesto spesso da privati e commercianti, intervento in cui il risarcimento formale e cromatico assumono un’importanza maggiore. La decorazione viene riproposta fedelmente e integralmente ove sussista la possibilità di ricostruire filologicamente le parti mancanti. Si adottano colori ad acquerello facilmente rimuovibili e si completano sottotono le ricostruzioni così da rendere immediatamente riconoscibile l’intervento eseguito.








